domenica 19 gennaio 2025

Immagino i tuoi baci



Immagino i tuoi baci

tra la neve.

Come un germoglio

che migra, 

acceso 

nelle nebbie.



Che va.

A quell’ ergerti

tu, viva, 

su strade spoglie 

tra le vene e il cuore.


Immagino i tuoi abbracci

come fa l' airone tra i canneti.

Anche tu, in ricamo al tempo

e sulle cose intorno, 

Al grido caldo d' una tua sola luce.



Immagino i tuoi gesti

anche lievi come foglie

e poi vasti, come stelle dai ginepri, 

là muoversi, acclamanti

quel desìo d' oro apparso nella stanza.



Immagino 

qui

il nostro amore 

in quell’ alba redenta dai ceppi,

di ambre cangianti, 

di faville pazze 

posarsi a te, in mai quiete.



Tu,

in quel giaciglio di labbra e petali di rose.

In quella storia sonante e senza fine 

che tu sei.


Che anche lontana 

hai luogo.

A quel riflesso di diamante 

che al tuo nome approda, 

e muore.

Come musica perduta 

del suo fiato...


Così che torni

poi, 

di florida giostra 

a quel baleno dentro all'aria. 

E quel volteggio,

risorto a chiamarmi

a prendermi, così,

da ogni muro od ombra.


Qui.

Nel tutto che tu sei.



(a.s. gennaio 2025)

domenica 1 dicembre 2024

Quel sorriso, come giunto dal mare. (ricordo di Vitalba Petruso)


“ …Dintra a sta solitudini prufunna

      lu màrmu eni cchiù friddu di la nivi…”


                            (G. Mazzola Barreca)


Rimaniamo qui, 

scrutando, pensando al bilico tra la bellezza e il dolore, alle opposte sembianze dell’una e dell'altro, di una luce avuta per noi e negata agli occhi, a un volgere di istante.

Vitalba, è un nome che evoca il tuo incanto.     L’ esistere che sorge, in lustro a te come donna, moglie, madre, come quello che sei stata.

Colta, maestra, leggiadra; dentro a quel  sorriso come giunto dal mare, che varcava le finestre, e ci rendeva muti, nella tua aria accanto, sia che fosse di vastita’ o di parole.

Tu, compagna in classe, da Vincenzo Mannino, compagna e a tua volta insegnante.  Con la musica, in giungerci ed espandersi di storie, elzeviri, quieti sortilegi, dentro a un fiume di memorie vive, da te, scaldate al cuore, prima e sempre. Se ci chiedessero dove il fascino, con il suo strascico dipinto tra le cose, avesse per sé un proprio luogo o giaciglio risponderemmo con le sole tre sillabe, a chiamarti. Oppure, con le fiaccole a dar spazio o a render calda qualunque tua dimora. 

Era bello, scorgerti, Vitalba, tra quelle molte sere ebbre delle tante stelle;  poichè la grazia e la scena che ponevi intorno, recava, allora, il senso e il cerchio d’ ogni paga e avuta tua bellezza.

Era edificante, d’ un uguale modo,  il tempo dello stare insieme, il tuo spartire ciò che avevi in petto, per quelli a te cari. In primis il tuo uomo, le tue figlie. E noi amici e discepoli. Dentro a quell' andare cadenzante, che appariva alla tua voce. In dono atteso, sopraggiunto, come innanzi a un trepido muovere di foglie. 

Ora, che da te ci pervade l’ assenza di un solo germoglio di suono, ogni cosa daremmo pur di un suo ritorno, d’un suo acerbo rinascere.          Fosse un vento o una brezza che ridisegni, tra le sabbie, lo stupore dei tuoi tratti, Vitalba.        O un raggio tra i mattini pervadersi di te. O un bussare redento di affetto. Per noi, ancora giungere adagio, dall’ aula 24. 


a.s. dicembre 2024

In ricordo di Vitalba Petruso, allieva di Vincenzo Mannino, pianista e insegnante al Conservatorio di Palermo.

Un caro abbraccio alle sue figlie Letizia e Emily. 


domenica 6 ottobre 2024

Il Mastro di romanze









Mi e’ venuta voglia di un racconto. Un bozzetto vero.  
Che parla di un amico artigiano e musico. 
Nome e cognome,  bravo, a far l' una l’altra cosa, in quel magazzino a pianoterra, nella zona del centro citta', con le mani dedite al suo umile mestiere.
Lavorava, lavorava, chino con le spalle, già al venire del mattino. Aveva un giradischi, con le opere, adagiate su uno scranno accanto. Kraus, Pavarotti, Del Monaco, Corelli, Bergonzi.
Lui cantava, cantava, appresso al vinile. Con i passanti dietro al vetro del negozio, ad annuire. Sorpresi, lieti, commossi, a volte; mentre il tono dalla voce fuggiva tra gli usci e le fessure, come un fiume caldo, dritto ai cuori.
Un angelo, era. S. Con la fronte stretta verso gli occhi. Manrico, Edgardo, il Conte di Luna…
Entrava in ognuno di questi, in esatta movenza  del viso, animandone  le storie e le passioni, dentro al suo liso grembiale grigio azzurro.  
Un giorno passo' da lì uno del teatro. Uno grosso.
Si turbo', ascoltandolo, penetrato da quelle arie e romanze gravide, in manto di bellezza  la', nel mezzo della via. 
Gli lascio' di fretta il biglietto da visita. 
Dopo qualche giorno, scesi dal palazzo e trovai chiusa la saracinesca. C’era  una scritta a penna su un foglio attaccato con lo scotch:il negozio apre solo dalle 7 alle 10 di ogni giorno.
S. mi conosceva. Ero quello che suonava il pianoforte, al quarto piano.Pochi giorni dopo mi chiamò, mentre ero sul portone, pronto verso la scuola,  dandomi una busta per la mia famiglia, coi biglietti dentro, come ricompensa affettuosa per le cassatelle di mamma, in dono a lui, tante volte per quell' incanto delle mille romanze, fatte in quell’ angolo di strada  
S. era entrato nel coro. D' amblee'. Come Cenerentola o Tamino, nel castello dei sortilegi lieti.
Il solfeggio, per lui, era stata un alchimia indecifrabile, sopraffatta dal talento naturale. Notti e notti, di lombardi,  va pensieri, regina cieli, e pure ianacèc, messiàn,  sempre appresso ai dischi, a cavalcare le onde di quei suoni, come a un destriero, in praterie di incanti. 
Andavo sempre a teatro. Ora da trent'anni non vado quasi piu'. 
Salivo in loggione, nella claque di L. Applausi comprati dall' entrata gratis. Una pratica utile, per gli studenti, noi, di allora. 
Ogni volta, là in scena lo cercavo, il mio amico S. tra i tenori. Come si fa con un nostro prediletto, di cui si seguono le gesta e l'eroico cadenzare dei cammini.  Col frac, dietro ad alfredo, o col saio di nabucco.
Per anni S. continuo’ a recarsi, dalle sette alle dieci, al suo mestiere;  di mani, di spalle riverse  
su oggetti, utensili, materie. 
Ogni tanto ripartiva, con la musica in petto, nel grembo delle piogge o dei sereni: mezze voci, recitati, cabalette,  dentro a viaggi da guerriero, da poeta o locandiere. Con l’ intatto velluto del protagonista, in magia e fierezza, di là dalla vetrina. Con  il suo cenno, il suo garbo quieto e impalpabile d’inchino; dato alle donne là davanti, col carrello della spesa; al bambino con il fiocco blu; ad altri lì per caso, stupiti di quei suoni pieni e fecondi, seguìti, non di rado, con le lacrime tra i volti. 
Ciascuno, fermo sulle perle di quel canto puro, inatteso. La’ a sopraffare in aria e in carezze  il caos, il grigio distacco del tempo,  in seno alla strada e alla citta’. 

a.s. ottobre 2024

lunedì 27 maggio 2024

A Nino Mancuso, maestro.


Conobbi Nino Mancuso per via di una cassetta. Una cassetta audio, di quelle ancora in uso, da noi, intorno agli anni ottanta. La ebbi tra la mani, ricordo, in dono da un allievo assai caro che aveva preso, nei suoi inizi, a studiare fisarmonica.                 

In viaggio, quel giorno, verso il mio paese,  accesi l'autoradio e la spinsi con cura dentro al mangianastri. Sento, ora, mentre scrivo, l' uguale fragranza e aria di pioggia, lungo la strada che mi si poneva lieve, accanto; le grandi gocce cadenzanti al parabrezza, e ancora come allora, le povere vesti dei passeri smarriti, intirizziti, in schiera, sopra i fili e i pali del telefono.           

Partì, la musica, subito, in un punto alla metà del nastro, piano, in controcanto alla vista del mare  che appariva confusa  lontana, tra l’ alito pensoso della nebbia. Era il Preludio di Traviata, il suo abbrivio dolente, sussurrato dai tasti in madreperla tra il quasi umano e dischiuso fiato del mantice, alle braccia. 

Era bravo, Nino. Un tessitore dolce d' arabeschi, di spirali leggere, tramate sul cuore. E i suoni, i suoi suoni, sembravano un calmo parlare, una polvere di luce, posata sopra al vivere. Lo conobbi così. Con la musica in mezzo, fra noi: dolce,  fidata compagna  incontrata tra i giorni,  da cui mai separarsi.                                  

Lo cercai, il maestro. Lo invitai a suonare. Sere nel grembo delle estati, con la luna a far da madre ai chiostri, ai bagli, ai cortili. Con le perle del sudore, Nino, (e qui passo a chiamarti col tu) a tergerti il papillon: in nugoli lucenti, là posti sopra al viso.                               

Potrei narrare, è facile con te, non di storie nascoste, inventate, ma di favole vissute a quei tuoi suoni. Tra il pensiero che, in musica, si svelano, ad essa, soltanto ricchezze - dall' animo degli uomini - e mai le povertà. 

Fui felice, di averti avuto, allora,  alle mie nozze; in quella sera con la tua czarda a danzare rapsodica, svelta, alle mani. Perfetta e  pervasa  dentro ad ali virtuose, da campione.  

E ricordo sempre  di aver mosso anch' io le tante partenze verso te a Bisacquino; di aver percorso quelle strade tortuose e gaudenti , tra il saluto delle agavi fiorite.  Di aver spartito, poi, le mie sincere povere cose compiute al pianoforte, insieme alla tua gente. E portarti le schiere degli allievi, i colleghi artisti, la Fucina dell' Arte, l' Orchestra Cicero, il  Coro Anima Gentis,  le Voci Bianche, nella sfera della creatura che hai tenuto a lungo in cuore: la tua "Primavera Musicale".  Bel titolo che hai scelto, caro amico, in lucente elzeviro di letizia. 

È così.  È primavera, il porgere in mano un po' di bellezza, tra l' anima e il valore stesso di un luogo. Come lo è, primavera, ogni volta, il coinvolgere i giovani, o drappelli di seguaci d' ogni età  in un'idea d' arte vera e possibile, e sentirne di essa la dimensione, il non sterile germe,  come un aria che irrompe tra il gaudire dei  mattini.                                                      

È primavera, poi, finire queste righe.     In cui l' esser grati alla musica, qui, si muta, semplice, quieto, dentro a un mostrarsi  di bacche o  ginestre odorose. E scrutarne, sentirne, da esse, i doni, gli sguardi, i disegni di Dio.