C’ ero anche io al Gal Hassìn, seppur per poco, l’ altra sera.
Ad ascoltarmi, in conferenza, tra le alte acrobazie degli scienziati, anche il passaggio di Valentina Chinnici, donna assai cara a tanti, pervasa da un lignaggio di unicità morale d’incredibile esempio, le cui azioni scuotono e accendono, un giorno sì e un giorno sempre, le algide sale di Palazzo d’Orleans. Anche lei portatrice convinta della causa del Gal Hassìn.
Ricordo l' abbrivio del " parco delle stelle " quel giorno di dieci anni fa. L' Inno, con Anima Gentis e i piccoli cantori venuti fin lì dalla citta'. Sono stato un sostenitore del G.H, fin dagli istanti del suo prender vita, ad opera di un sognatore di tempra, forte, deciso, ostinato. Pino Mogavero. Un’ ostinazione che reca ora il frutto di mete inimmaginabili; disegni di altezze folli, raggiunte al servizio della scienza, a quell’ aprire a conviti tra geni, d’ ogni latitudine, sotto a lecci e ai bianchi calcari in ombra al Carbonara.
Confesso che anch'io, l'anno passato avevo avuto mie perplessità sul Fly Eye.
Fui fortemente combattuto tra aderire al pensiero di un concerto degli amici ambientalisti, per un evento con il coro a Piano Battaglia, o stare a fianco di Pino.
Presi la strada del silenzio, l' ignavia di un dovuto compromesso.
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Sono passato, in automobile, pochi giorni fa, da quella controversa e stupenda super strada di Pomieri, e poi, lungo la ferita insanabile della circonvallazione, là in alto, tra quei luoghi in tenzone con l’ incanto. Dentro a un paradiso sublime ma pur sempre violato.
Ho teso gli occhi verso la Mùfara: alla cicatrice degli impianti di risalita, conta sua piaga longilinea, a squarciare come in petto l’ altare sontuoso e imperante dei faggi.
Ho pensato a Pino, mosso da quel mio puntare gli occhi verso l’ alto. Non so come, tra quegli scorci dipinti da chissà quale maestro del creato, mi è tornato all’ anima Puccini:
“ Recondita armonia…” l’ arte nel suo mistero le diverse bellezze insiem confonde.. ”
Ecco, questo mi è sembrato, guardando e osservando tra i silenzi quell’ aria rarefatta: la natura e la scienza di fronte; come in duello quieto; a non sfregiarsi l’un l’altra. In rispetto al convivere possibile, tra un bilico di orizzonti, di avvenire.
C' era, tra quella pace inaudita del pianoro, come un germe piantato; una sorta di guardia, di baluardo a sorgere domani, per i nostri figli a quel vegliare d' asteroidi ai meteoriti: per dono di quella cupola bianca in scena con l’ azzurro.
Abbiamo visto più volte, l’ altro giorno, in Pino, il piegarsi della voce.
Nel suo teatro, il Gal Hassin che è anche il suo fiume, il suo tutto. La parabola d'oro, ai suoi occhi. Amo la sua inquietezza di uomo, sempre a dover guerreggiare, per la sua creatura d' astri e cannocchiali, tra i mille enigmi innanzi al domani.
La manovella del tempo me l’ ha ritornato in grembo alla memoria, Pino. Alla voce proletaria sua e di Masi, laggiù nella piazza. A combatter gli scudi crociati. Alla sua onestà di primo cittadino, dal piglio non facile a volte ma di sprone gagliardo; ai suoi abbandoni per la musica di Verdi.
Insieme a quel curare da medico, lui, ogni giorno, dopo pranzo, le piaghe di mio padre, e a poter donargli, nella penombra della stanza, dentro al verde fetido sul bisturi, quei mille giorni in più che poi visse.
Grazie.