domenica 5 maggio 2013

Carmen Sottile, Primo Premio Assoluto al XVIII Concorso Nazionale "Benedetto Albanese" di Caccamo.

La giovanissima allieva del Conservatorio Bellini di Palermo, 9 anni, ha eseguito nella categoria A del Concorso l' Allegro dalla Sonata op. 32 no. 3 di Clementi.


Caccamo, 27 Aprile 2013



Torno a scrivere, dopo intere settimane, fra le pagine di questo blog. Una buona ragione per farlo è un piccolo video postato da Ferdinando Laura, papà del mio alunno Gabriele, in occasione del concerto dei vincitori al Concorso di Caccamo di pochi giorni fa. Un gesto di gentilezza e attenzione da parte sua verso Carmen, nel riprenderla al suo primo appuntamento  nel  vivo di una competizione pianistica.
Vedere e sentire la mia bambina al pianoforte, nel " posto più bello e solitario che esista " - così lo descrive Wladimir Horowitz -  non può non ricondurmi ad altre emozioni vissute  e condivise con gli allievi dentro il percorso di questi anni.  Un viaggio di gioiose avventure tra i loro animi e i loro sogni, tra i  cangianti riflessi delle loro diversità, tra il respirare mutevole delle loro indoli. Come la musica, del resto: come un mai uguale disegno o flutto d'onda che appare e si  adagia innanzi alle rive...
Certo, di questa esperienza o di là dal divenire di altre in futuro,  non dimenticherò le parole di Carmen appena al suo risveglio, prima della partenza verso il luogo dove avrebbe suonato.  - "Papà, mi sento le farfalle danzare nello stomaco " -
Sì le farfalle. Il loro trepidare innocente verso un pensiero, verso il loro primo volo di bellezza.
Auguri, piccola.



Ecco il video:

domenica 3 marzo 2013

Conservatorio, il valore di un vecchio diploma.

Francesca Librizzi, 20 anni da Polizzi Generosa al suo esame di X anno.


... con brevi parole  sul valore del vecchio ordinamento di pianoforte

                               Palermo, 25 febbraio 2013






Mi sono svegliato presto, lunedì passato. Un po' per via della notte difficile, raffreddore compreso. Il pensiero del diploma di Francesca trovava in quel mattino il suo culmine, la sua compiutezza; dopo dodici anni di percorso, dopo ultime settimane volte  a spartire inquietudini, tremori di cuore, sogni sospesi  verso la  meta di un giorno.
Uscire da casa sotto la pioggia di febbraio, avendo in sé la quieta idea di un accordo maggiore, il la bemolle della 110 di Beethoven, ci fa intendere quanto a volte sia consolante il nostro lavoro; quanto, ad esempio,  il  clamore del traffico risulti poco male se congiunto nella mente alle ariose ascese degli arpeggi - Beethoven appunto - con cui Francesca avrebbe da lì  a poco iniziato il suo programma.
Arrivare in  Conservatorio attendendosi la voce di Mario, il posteggiatore, che da vent'anni t'accenna la stessa canzone, (Con te partirò, !) sembrerebbe in quell'ora mattutina come il segno d' un atmosfera ferma, rituale, immutabile, se non vi  giungessero  il profumo e le tinte del mare, da poco lontano, con le sue tele cangianti e e il suo melisma di luce, innanzi alla città.
So, anyway...
Varcare il  portale del Bellini da oltre quarant'anni, equivale per me, sempre, imprescindibilmente a una ragione di far  festa. E' un meraviglioso harem sonoro, la nostra scuola; dove, salendo per le scale, il Laudate Dominum dell'aula di canto ben si mischia al Mephisto della stanza 21; dove i puri disegni di William Byrd sembrano confondersi coi flussi lievi dell'onde elettroniche.
Lunedi, per la sessione d'inverno, si sentiva più silenzio. C'era il Diploma di pianoforte. Per prima suonava Francesca.
L'attacco della Sonata 31,  nel suo sipario di armonie serene sul palco dell'Aula Scarlatti  giungeva a  dar vita come a un semplice, nuovo racconto sonoro; ai suoi quadri, alle sue scene, entro una linea d'orizzonte entro cui poter lasciare -  lei, nell'ultima prova da allieva  - la semplice essenza d'un pensiero, le ansie fruttuose, ogni  gesto cresciuto  all'alternarsi del lavoro e la fantasia, i dilemmi e le certezze, il rigore e la libertà.
C'era da mostrare tutto questo, onestamente: senza aspettarsi trionfi o temere disfatte, come amiamo ripetere da sempre.
Già.  Sono difficili, i diplomi di pianoforte. I vecchi diplomi, s'intende. Celano in sé tutta la  dura, fascinosa magia d'un mestiere così incantevole quanto inesorabile; attraversato dall'austera verità delle note scritte e, per questo, mai equivocabili. Non solo. Una verità  ancora assai intransigente, orgogliosa, poiché posta  al vaglio  d'altre regole se vogliamo ancora più alte; dettate, suggerite nel tempo dai grandi interpreti, dalle grandi scuole e divenute a loro volta indissociabili pietre di paragone: dogmi, quasi, di giustezze creative. E su ogni cosa - per Francesca, e gli altri con lei -  il nudo della propria umanità, fisica, intima,  da mostrare su un palco ad  un preciso istante, senza appelli o riprove, con l'obbligo di svelare le schegge di poesia tenute dentro al cuore,  vissute tra il confine di serbarle per sé e la speranza, invece, d'essere accolte...
In onore a tutto ciò e al suo senso mi è piaciuto indossare il vestito nuovo e la cravatta, l'altro giorno al diploma di Francesca. Come le altre volte, del resto. Come si fa in giorno festoso, importante. Come a un matrimonio. Con i parenti, trepidi, fervidi, invasi d'emozione, quasi che avessero il metronomo nel petto nel seguire Brahms e Debussy; con le belle signore, placide come davanti a una laurea qualsiasi, a sfoggiare in poltrona  i sensuali e intricati arabeschi delle calze; con gli amici, quelli veri,  discesi soltanto per lei  dalle alture innevate delle Madonie; con i compagni di pianoforte, combattuti tra la gioia della musica e la riposta  inquietudine d'immaginare sé stessi, domani,  in quell'uguale impresa; con chi vi scrive, tentato ormai invano, giù in sala,  dal bisogno di far strada, per Francesca, all'ultimo frammento d' un respiro o d'un colore.
Alla fine, lunedì, il riverbero della Toccate da Pour le piano affidava alla musica la sua sentenza felice: quel voto, quel dieci maximum, appagante che lei, la nostra giovane pianista aggiungerà ai ricordi delle cose più care.  Un segno. Un segno che intanto può bastare.
Prima che un richiamo tornerà a bussarle dentro. Il richiamo di far bene, ancora e di più,  in quest'arte per cui ha vissuto.



 "..Artificis maxima virtus est labor..."





Francesca Librizzi  al  suo diploma





A margine di questa pagina, vorrei dire grazie al papà di Francesca, Gandolfo Librizzi, mio amico.
La mattina degli esami, ancor prima che la mia allieva suonasse, ha voluto farmi dono di un pacchetto che, con una certa distrazione,  ho riposto nella mia cartella.
Tornando a casa, riaprendo casualmente la borsa e appena scorto il plico, vi ho scoperto, insieme a una lettera la custodia di un DVD con una dedica.
Ho avuto la curiosità di conoscere da subito il contenuto del disco.
E ho trovato una piccola, grande, commovente sorpresa:  c'erano tutti i video di Francesca, al pianoforte.  I suoi saggi, con lei ancora bambina,  e poi, di volta in volta, le vittorie e  i premi  ai Concorsi, fino agli ultimi concerti.
Mi è venuta in mente la sequenza dei baci in Nuovo Cinema Paradiso...

Credo  che questo dono sia valso tutto il lavoro di questi lunghi anni.










Francesca Librizzi esegue la Sonata op. 110 di  Beethoven














sabato 23 febbraio 2013

E la pioggia tra le nostre labbra.. ...








                                                    Palermo, febbraio 2013




Pensarti
tra queste parole.

Così sole
così nude.


Pensare al  tuo nome
inciso in quell'aria d'autunno
mentre cadeva la pioggia
tra le nostre labbra.


Pensare  a quel nulla
al silenzio dai vuoti cristalli
ch'era il tempo senza te.
E poi il tuo ritorno
che si spargeva sul mio vivere.


Pensarti.

Cercando quella volta
nel tuo ventre
i versi che non avevo scritto
e rincorrere il tuo grido
in un letto di bacche vermiglie.


Pensare a te.

Con la stanchezza
di chi muove la luna
d'inverno
per scaldare di luce i tuoi fianchi.


E pensare

alla ferita
che mi giungeva dritta al cuore
con la fragranza di un diamante

quando solo fingevi
o provavi

a dirmi addio.










I. Lawrence:   " Sight"              














lunedì 28 gennaio 2013

Giovanna Borruso in Recital per la stagione degli Amici della Musica di Palermo

Al Teatro Politeama debutto nella sua città da parte della giovane pianista palermitana, con al suo attivo felici  esperienze internazionali tra cui i concerti con orchestra all'Accademia Chigiana di Siena e alla Carnegie Hall di New York.


Lunedì 21 Gennaio, 2013





"...In ogni visione fuggevole vedo monti, immersi nei loro suoni cangianti di tonalità arcobaleno..."

Così il poeta russo Konstantin Dmitrievic Bal'mont scriveva nella  calda ombra del suo esilio parigino,  con i pensieri accesi verso  la sua grande città lontana, verso le gelide rive della Neva, l'amato fiume adagiato sul Baltico.
Non sfuggirono, al suo ritorno poi a Pietrograd, questi due brevi versi a Sergei Prokofiev per crearne un capolavoro assoluto, nel bel mezzo del clima preludente alla Rivoluzione.
Anche Giovanna, a suo modo, l'altra sera, nella riscrittura  interpretativa delle Visions fugitives ha saputo far rivivere, a noi e alla gremita platea del Politeama tutto il senso e il significato di un' opera d'arte straordinaria che tutto concede alle chanches  di ogni ricerca costruttiva: sul suono, sul colore, sugli innumerabili e mutevoli gradi,  pur rigorosi, del sentire espressivo.
Tra il dipanarsi dell'intero programma, (con la Polacca in sol  diesis  e II° Scherzo di Chopin, la Novelletta op. 21 di Schumann e il St. Francois de Paule di Liszt), abbiamo ritrovato in lei,  anche se così giovane, di là dai suoi trascorsi di enfant artiste del nostro Conservatorio, quel senso di nudità e coraggio che attiene alla sfera dei musicisti veri: una coscienza esecutiva permeata da anni di studio intenso, germinata su itinerari formativi di grande valore, resa possibile ora dalle tante verità che compongono il suo pensiero creativo. In due parole, su ogni cosa, la sensazione d' assistere all'esplicarsi, in questa ragazza, di una vita sinceramente dedicata alla musica, ugualmente divisa tra l'umiltà di  accettarne i disegni incompiuti  e l' orgoglio, la fierezza di saper dare il meglio di sé.
Per chi vi scrive, il poter accostarsi da un angolo del  loggione all'arioso  attacco della  Polacca il sol diesis è stato un qualcosa che ha avuto la virtù di un dono: un dono atteso, non tradito. Il dono di un brano mille volte proposto e tuttavia reso l'altra sera  d' una nuova veste,  tradotto in quel gesto di scolpire dall'alto delle braccia l'ebano nero dei tasti;  in quell'atto d' intingere di magia gli stessi spazi nutriti  dal silenzio; in quel bisogno di  segnare, così  ci è sembrato - cosa più bella - il cuore e i pensieri della gente giunta fin lì in teatro, ad ascoltare.
Il flashback di lei bambina,  con i suoi grandi occhi a sfidare le spirali  vorticose degli arpeggi, insieme  al fluire dei suoi vezzi innocenti  non poteva che condurre  a memorie  di sere  felici trascorse: a trofei di vittorie agitati  nell'aria tra il nugolo sereno degli applausi, tra l' imperlarsi in Giovanna della  gioia nelle tempie, sotto lo sguardo vegliante e pensoso di chi,  per prima,  ha sempre guardato  al suo avvenire...
E' stato un bel concerto, lunedì; dove ogni  facile eco  di ricordanze cedeva alteramente il posto allo spessore intrinseco dell'evento. Non ha rivelato ombre, lei nel suo pianismo:  soltanto la cosciente misura del volgersi ad un lavoro impervio,  e per questo meraviglioso: non occorrente di glorie, né di riscatti. Soltanto la musica, insomma: col  tendersi semplice al suo infinito.

Ad maiora, piccola.



Giovanna Borruso









Ecco il link con l'intervista  di Sara Patera:

http://www.facebook.com/notes/amici-della-musica-palermo/sara-patera-a-colloquio-con-giovanna-borruso/10152427018190125





Il pubblico del Politeama al concerto di Giovanna  Borruso














martedì 22 gennaio 2013

Schubert: Impromptu op.90 n.2 in Mib magg. Antonio Sottile, piano

Dopo Chopin  (Mazurka op.67 n. 4) su Youtube  il secondo brano dell'op. 90 composto da Schubert nel 1727, un anno prima della sua morte.Un breve ed essenziale  contributo iconografico  e l'impaginazione per il Web sono  stato curati insieme a RICERCHE VISIVE di Marco Fazio, giovane studente del Conservatorio di Palermo e dell'Accademia delle Belle Arti.


Ecco per voi questa mia esecuzione al pianoforte di un foglio che mi è molto caro. Ricordo che desideravo presentarlo agli esami di quinto anno, in Conservatorio. Il maestro volle negarmelo, preferendo farmi studiare    invece il Rondò Brillante di Weber. Non ci era lecito fiatare, allora, su tali questioni. Pssstt..! 
Fui costretto a inghiottire la cicuta di quella litania tediosa e interminabile di arpeggi: un acchiàna e scìnni senza requie, su e giù per la tastiera.  
Da allora non suonai mai più un rigo di Weber. 
Tanti anni dopo, tornando da Roma dopo l' editing con l'incisione di Schubert, andai a trovare il maestro a  casa sua. Mise il ciddì,  accese l'amplificatore del suo vecchio Marantz e si sedette sulla poltrona vicino alla finestra. L'Impromptu partì quasi senza chiedere permesso, terminando la sua corsa quattro minuti dopo.
- Certo - mi disse -  lo hai fatto bene il... Rondò Brillante di Weber, al quinto... - 
Ebbi un moto di sgomento, sembrai  non capire. Lui si alzò, mi venne incontro e prese a cingermi le spalle tra le sue mani grandi. Fu il suo primo abbraccio. Il primo di pochi altri.
Li porto tutti con me. 














giovedì 27 dicembre 2012

Buon Natale e Buon Anno dalle Voci Bianche del Conservatorio di Palermo.

Minuit Chretiéns di Adolphe Adam, con Gloria Grisanti, soprano.

 
Palermo, 20 Dicembre 2012,
Chiesa di San Mamiliano.
 
 
 
 
Ho scelto questo brano per voi, amici del blog.
E' una registrazione live dal nostro concerto di giovedì scorso. Ad interpretare il brano di Adam insieme alle Voci Bianche, il giovanissimo soprano di Isnello Gloria Grisanti, 20 anni,  al suo debutto; con Nino Fiorino, di Isnello, al pianoforte, oltre a me, che sono pure di Isnello. Divertente, no? 
Ecco, avvertiamo tutti quanti la felicità di portare in dono al Bambino di Betlem la nostra musica: sentirci quasi immersi dentro al presepe e cantare, cantare, ora dolce, ora forte; e andare, andare in un unico  respiro  verso la  Festa tra le feste,  verso quell'  Ou  l' homme Dieu descendit jusq' a'nous...
Perchè quando c'è la musica,  è sempre Natale.
 








Presepe del Bongiovanni Vaccaro, Caltagirone









Isnello, La "Luminaria" di Natale








 

sabato 22 dicembre 2012

Il Mistero, tra Poesia e Musica, presentazione

 

Serata dedicata al  libro di Tony Caronna ed Enza Maria D'Angelo, ( prefazione di Antonio Sottile)
nella Chiesa della Catena a Palermo, con la partecipazione delle Voci Bianche del Conservatorio



Palermo, 21 Dicembre 2012

 
Ho il piacere di pubblicare tra queste pagine web la mia prefazione al  libro, appena edito dalla casa editrice Il Campano. Il ricavato dalla vendita andrà in favore del Progetto Gemma, servizio per l'adozione pre - nascita  a distanza di madri in difficoltà.
 
 
 
 
 
 
Ora pro nobbi santa dei  genetri…

 Oremus grazia mintùa … questum nostr infunti…”

 

Si era fatta l’ora. Gli  spaghetti  fumavano già sulla tavola, mischiati ed immersi  nelle scodelle di terracotta   smaltate di  celeste,  con al centro la cannata del vino schiumante ancora di botte. Un  tripudio, una gazzarra trepida di  odori e di colori, con la gola ad inghiottire a vuoto  la bramata delizia di spada, menta e melanzane.

Non c’ era storia. Non c’era modo d’affondare la forchetta anzitempo sulla gloria del cibo. Prima veniva la preghiera.

Così, mia madre  stracambiava la voce  ad un tratto, facendosi seria ed  iniziava l’Angelus.

Non ho mai dimenticato quei  momenti,  quell’irrompere  consueto della fede sulle  nostre labbra, sulle nostre normali vicende del vivere;   tra l’acclamato  dono,   ogni volta, d’attenderne una qualche luce o  consòlo,    a riconoscerne un segno di  verità semplice e, per questo, infinita.

Scorrendo le bozze del lavoro di Tony ed  Enza  Maria Caronna,  così attento, vivo, appassionato,  rincontrando tra le pagine  le parlate e  i fonemi  assai  cari  del dialetto siciliano, mi è sembrato come  entrare una volta di più dentro l’ atmosfera e  la primordiale tenerezza  scaturita  da  mille stuoli di suoni e di versi  danzanti, così vivi, così familiari; nella loro magia di ritmi celati tra le sillabe,  nella fragrante, disarmata  innocenza  della loro ispirazione.

Già, l’ispirazione.  A volte, in certe sere d’inverno,  quando m’accade   di tornarmene tra i  luoghi dove sono nato,  tra  quella stessa aria che amo e conosco,  non è raro che a casa m’imbatta in un qualche volume di poemetti,  in qualche libricino  di liriche strapaesane, sonetti  di terre e di mari, o canti di cose di Dio.  Di là da ogni  esegetico impulso  o misurata analisi riguardo al loro contenuto letterario, ciò che mi intriga spesso è il voler come giocare  o candidamente frugare tra l’anima di questi  amabili  poeti  nostrani , di questi  emuli  Petrarca  da  Mussomeli,  Molière da Pietraperzia, Holderling da Bisacquino…     

Eppure,  come sarebbe fascinoso conoscere le ragioni,   il germe, la scintilla  che  prelude ai loro gesti creativi, ovvero la necessità di esprimersi nel bagliore di  una rima ritrovata,   di un settenario riuscito a far quadrare,  di un disegno, alla fine, gioiosamente compiuto.  E quanto tempo, pensiamo,  sottratto ai loro mestieri,  alle olive, alle vigne, alle capre, al loro stesso pane, pur di assecondare, essi,  quel richiamo da dentro,  quella  spiaggia di sirene, quella scheggia di fuoco nutrita in fondo al cuore. Fin qui dei poeti ho scritto, fugacemente,  nelle poche  righe qui sopra.  Mi rimane ora di farlo sui musicisti o ancor meglio, sui musicanti:  l’altra parte,  l’altro emblema di questa affettuosa compagnia o cerchia d’arte,  con il proprio percorso concepito per animare gli spiriti  sinceri, i sentimenti del popolo, la vera gente, al  fine di scaldarne l’amara e grama esistenza  e porla in dialogo a un pensiero  tanto dolce, pietoso, carezzevole, quanto infinito. Il pensiero di Dio.

Ci colpisce, in questo fascinoso viaggio verso le mete della nostra letteratura popolare e religiosa, il rimanere presi  da personaggi  e figure  rare, lontane, sconosciute;  e se ci risulta facile poter individuare in talune opere  l’ impronta, il segno dei  versi magistrali   di Annulero, di  Di Liberto o di altri ancora, è pur vero che riguardo agli autori  delle musiche, il più delle volte, invece,  ci risulta sapere assai poco o  nulla.  Così che,   davanti  all’incanto sonoro di un  Alligrizza piccaturi , di un Viaggiu d’i tri Re, o del Canzuneri di Maria  abbiamo quasi a sentire come  smarrirsi  l’occorrenza d’un nostro tributo di lode,  di un feel   di gratitudine, di un bisognoso slancio  verso l’entità di un  volto o  di un  nome.

Noi, che nella vita e per mestiere, abbiamo studiato la musica dei grandi, Mozart, Verdi o Brahms,  che giorno  dopo giorno percepiamo sempre più alto il distacco tra la nostra pochezza e il loro genio  e ne sentiamo ogni  volta più lontano il confine,  che sembriamo navigare alla deriva  tra le  vincenti maree delle loro creazioni,  che misura o valore  allora potremmo attribuire, invece,  al lavoro  di questi altri  primigeni artisti della nostra terra,   e che premio  generoso poter dispensare ugualmente ai loro esili, piccoli ricami di suoni  e di parole?
 Nessun valore, nessun premio  – risponderemmo decisi,  se non credessimo altrimenti   alla verità  che  nell’arte ci sia davvero posto per tanti,  per  le minime o le grandi cose,  per i  supremi voli  o   gli incerti cammini, purché segnati  e percorsi dalla generosità del cuore,  da un durevole, ricolmo abbandono...

Se la ragione di questo  breve scrivere non mi fosse sacrosanta, proverei io stesso a negarmi la  naca d’ù Bamminu, nella sera  di Natale, al mio paese, o la cantata d’i pastura nella piazza, con la brace di salsiccia accanto alla neve, e il bacio degli amici pecorai  odorante di cannella e vino cotto;  e  l’aria calda, fumante che esce dall’ancia dei clarini, dal fiato dei corni, in eco all’ansare dei  cantori.  No. Non ci sarebbe posto  per la Weichnacht –Kantat di Bach,  quella notte, con tanto di  recitativi e fluttuanti arpeggi dei cembali.  Mi basterebbe leggere la nascita di Dio tra gli sguardi dei vecchi,  tra  il bilico dei loro sofferti  accenni di danza  e le lunghe sciarpe  a sfiorare  le bàsole  imbiancate, tra le grida dei ragazzi attentanti  il  fluire del suono,  così pregno d’armonie quiete,  di parole dolci, più d’un miele di carrubo.
 
Il canto della Novena di Natale in Sicilia, ( Alimena)
 
Accostandomi ora  a riaprire il volume e a riassaporare l’ottimo lavoro letterario di Tony e Enza Maria, tra l’altro impareggiabili genitori di Micol ,  mia allieva del coro in Conservatorio, vorrei poter contribuire con una piccola sorpresa ad aggiungere un foglio, un foglio soltanto  all’esauriente  stesura  del loro libro.  E’ una chicca  autentica,  una poesia – cantata  del Natale, scritta da Mastro Pasquale Pagano, scarparo di Caltagirone, all’incirca nel 1760 che ho ritrovato  tra i manoscritti  della Biblioteca Comunale e che ho voluto rendere  in musica , con la  minuta aggiunta di   poche modifiche. E’ un cammeo di delicato charme dialettale, d’ adamantina purezza inventiva , che mi ora piace tradurre tra queste pagine.

 

                                                                 CANZUNERI DI NATALI

composto da Mastro Pasquale Pagano, scarparo di Caltagirone, 1760, circa

 

Càdinu a scrusciu l’acqui
saziannu la campagna

la nivi a la muntagna
si va pusannu già.

 

Ntra stu friddusu tempu
di ‘nvernu rigurusu
 
Maria cu lu so spusu

in  Bettilemmi  và.

 

Incinta si truvava
di n’ommu ch’ era Diu

quannu a Judìa iuncìu
circàu na casa ddà.

 

Cunfusu era Giuseppi
nu avennu chiù chi fari
 
cerca Maria purtari

fora di la città.

Na grutticedda trova
(lu  tempu  ja strincennu)
 
trasi Maria vidennu

dda granni povertà.

 

Senza duluri e frenu
isannu a Diu la vuci

duna  Maria  alla luci
dda gran Divinità.

 

E pri maggiuri  preggiu
essennu matri fatta

ristau pi sempri  ‘ntatta

la sò virginità.

 

La mìsira gruttuzza
diventa un paradisu

e n’ancilu l’avvisu
duna all’umanità.

 

Virdicanu li campi
la serra fa li sciuri

natu è lu Redenturi
ognunu  a festa fà.

 

Godi la matri intantu
vasa lu sò dilettu

lu strinci a lu so pettu
e ad adurarlu stà.

 

Na stidda  all’urienti
si vitti ‘ntra li spiaggi

e prestu li tri Maggi
si partinu di ddà.

 

E li pastura infini
 a lu Messia cantannu

turnarunu gluriannu
la granni so bontà !

 

Grazie, mastro Pasquale, di questa cantata,  di tutte le tue notti persi ad assicutare rime ‘nfruntati con i sillabi.  Il tuo travagliu non è stato ammàtula.
Anche se non te la fidavi  a impastare figurine per il presebbio della tua  putìa, te la sei fidato ‘nvece a impastare palori, a metterci pinseri, fede,  sentimentu.
Certu, duecetusessant’anni  sono un poc’ assai,  prima di vedìri la tò poesia cumparìri  in un libro. Ma l’arti metti giustizia, ogni tantu. 
Se lo puoi fari, sduviglia a tua moglière, e facci  vedere il tuo nome appiccicato nella paggina.  Eppoi, dille che sbagliò,  tante volte,  a non capìri abbastanza la tua valentizza d’omu e di scrittori.
Come  quella  matina che idda venni alla putia con la cannata   riempiuta d’acqua frisca e te la gettàu nella tò faccia, gridanno:  –“ Pasquà! O Pasquali di  sti càbbasi…..!   Vedi che sti cosi chi scrivi  nun si mànciano !  - “
E ti strazzaù  la  carta del pani dove c’erano scritti le poesie.   E lo seppero tutti,  i parenti, l’amici, il vicinato che  tu la volevi  scannare con la lèsina.  Fino a quanno  vennero  la guardia ‘nzemmola al pàrroco. E, alla fini, voi faceste paci.

                                                                                           Un saluto, sempri amico
       

                                                                                                             Antonio Sottile, Novembre 2012

 
Caltagirone, presepe ( part), Chiesa Madre